La sosta per le Nazionali riflette un primo spaccato di stagione che pochi, forse nessuno, avrebbero pronosticato ai blocchi di partenza di fine agosto. In cima alla classifica, in Italia e in Europa, c’è l’Inter di Cristian Chivu. Una sorpresa solo per chi si ferma alle luci abbaglianti dei risultati; molto meno per chi ha seguito da vicino il percorso, complesso e tortuoso, dell’ex difensore di Ajax, Roma e Inter.
Il merito del tecnico rumeno è quello di aver immaginato, e provato a imporre, un’idea di gioco coraggiosa, ambiziosa, talvolta persino estrema. Ma la costruzione di un’identità tattica così netta non è mai un processo lineare. E non lo è nemmeno per questa Inter.
Una svolta tattica: meno possesso, più verticalità
Rispetto al quadriennio di Simone Inzaghi, l’Inter di Chivu cerca meno ossessivamente la superiorità numerica attraverso il possesso e predilige un ricorso più marcato — e talvolta forzato — alla verticalizzazione immediata verso le punte. Una scelta di campo che comporta rischi e benefici.
Il pressing feroce e il baricentro costantemente alto rappresentano le colonne portanti di questa nuova versione nerazzurra: aggressiva, diretta, intensa. La squadra ha cambiato pelle, ma non tutti gli elementi dell’organico sembrano, almeno per ora, totalmente compatibili con la filosofia del tecnico.
La difesa: qualità, ma poca gamba
Il nodo più evidente riguarda la linea arretrata. La velocità media dei centrali difensivi è limitata, e questo diventa un problema strutturale in un sistema che richiede frequenti corse all’indietro e coperture in campo aperto. L’eccezione è Akanji, ma isolata. È proprio per questo che Chivu ha tentato in più occasioni la soluzione Bisseck al centro del terzetto, nonostante le ben note lacune in termini di letture e continuità mentale. Una mossa che rivela quanto il tecnico stia cercando disperatamente equilibrio tra principi di gioco e caratteristiche dei singoli.
Una mediana d’élite, ma poco muscolare
A centrocampo l’Inter sprigiona qualità. Nelle fasi di costruzione e organizzazione del gioco i nerazzurri sembrano in grado di dominare chiunque. L’aggiunta di Sucic aggiunge dinamismo e un ulteriore strato tecnico a un reparto già di altissimo livello sia nei titolari con Barella, Calhanoglu e Mkhitaryan, che nelle alternative (Zielinski e Frattesi).
Eppure, proprio lì dove si costruiscono le partite, si nasconde un paradosso. La squadra soffre nelle fasi sporche, nelle battaglie di metà campo, negli incontri in cui servono centimetri e muscoli più che ricami e geometrie. La mediana è eccellente, ma non particolarmente fisica. Un dettaglio che, a certi livelli, fa la differenza. Il nuovo acquisto Diouf, nelle poche apparizioni, ha dimostrato di essere ancora troppo lontano dal livello dei propri compagni di squadra.
Fasce affidabili, attacco rinnovato
Sugli esterni, Dumfries, Dimarco e Carlos Augusto restano garanzie di rendimento e continuità, confermando la solidità ereditata dal ciclo precedente. Luis Henrique, come Diouf, sembra un corpo estraneo in questa squadra.
È l’attacco a rappresentare il vero salto di qualità rispetto al passato recente: non più dipendenti da Lautaro Martinez e Thuram, ma un ventaglio più ampio di alternative.
Bonny, con la capacità di tenere palla e puntare l’uomo, e Pio Esposito, brillante nel gioco di sponda e nel dare profondità alla squadra, ampliano le soluzioni offensive e permettono a Chivu di variare scenari e ritmi. È una novità che pesa, perché trasforma la percezione della squadra: da dipendente dai propri leader a collettivo più flessibile.
La prova del nove: il derby
L’appetito vien mangiando, e ora che l’Inter guarda tutti dall’alto, deve anche dichiarare al campionato quali ambizioni intende coltivare davvero. Alla ripresa dalla sosta, i nerazzurri troveranno il Milan guidato da Allegri, impreziosito da Modrić e trascinato da Leao. Un derby che vale molto più di tre punti: un manifesto tecnico, emotivo e psicologico.
Se l’Inter dovesse vincere, l’etichetta di candidata credibile allo scudetto diventerebbe più che legittima, quasi inevitabile. In caso contrario, l’ennesimo big match non vinto riaprirebbe interrogativi profondi: perché questa squadra, ormai da un anno, sembra incepparsi proprio quando il gioco si fa duro?
Il volto autentico dell’Inter
Tra dieci giorni, nel caldo dei novanta minuti del derby, Chivu dovrà svelare quale sia il vero volto della sua Inter. Se il coraggio mostrato fin qui è un fuoco d’artificio destinato a spegnersi o l’inizio di una fiamma destinata a illuminare tutta la stagione.
avv. Antonio Borsellino – Volto Sportitalia / Telenova
