Zaccone a MercatoLive: “I giovani restano in panchina per paura. Gli allenatori sbagliano tutto”

fabrizio zaccone

Secondo l’agente sportivo Fabrizio Zaccone, nel calcio moderno contano dati, visione e cultura: ma senza l’uomo, il mercato non esiste.

La redazione di MercatoLive ha avuto l’onore di incontrare in esclusiva Fabrizio Zaccone, uno dei procuratori sportivi più apprezzati nel panorama italiano. Una figura che unisce competenza giuridica, esperienza sul campo e un raro senso di responsabilità nel ruolo di tutela degli atleti.

In un calcio che corre sempre più veloce, tra algoritmi, investitori stranieri e modelli di gestione globalizzati, Zaccone rappresenta una voce lucida, autorevole, profondamente radicata nei valori storici di questo sport.
Quella che segue non è una semplice intervista: è una riflessione a tutto campo su dove stia andando il calcio e su cosa significhi davvero proteggere un talento.

Quanto è cambiato il mercato da quando hai iniziato?

«È cambiato in modo radicale. Un tempo il mercato viveva di rapporti personali, intuizioni e fiducia reciproca; oggi si fonda su dati, piattaforme digitali e strategie finanziarie sofisticate.
Il calcio è diventato globale, tecnico, complesso: serve conoscere normative internazionali, contratti, mercati esteri, strumenti di analisi.
Eppure, nonostante tutto, il fattore umano rimane decisivo.
Perché nei momenti cruciali, le relazioni e la credibilità sono ancora ciò che determina la buona riuscita di un affare.»

Quanto contano oggi le relazioni personali rispetto ai dati e allo scouting digitale?

«Contano ancora enormemente. La tecnologia ha rivoluzionato lo scouting, ha reso il processo più scientifico e veloce. Ma le statistiche sono fredde: non raccontano l’anima del giocatore.
Le relazioni servono per interpretare ciò che un algoritmo non potrà mai restituire: mentalità, carattere, capacità di adattarsi, equilibrio familiare.
E nei momenti decisivi, è sempre la fiducia a chiudere una trattativa.
I dati riducono l’errore; le relazioni determinano l’esito.»

I procuratori italiani sono penalizzati rispetto ai colleghi esteri?

«In parte sì, ma non certo per mancanza di competenza. I procuratori italiani sono tra i più preparati al mondo.
La difficoltà è strutturale: il calcio internazionale è ormai dominato da grandi agenzie globali che operano su più continenti, con risorse digitali e reti capillari.
In Italia il sistema è più frammentato, spesso individuale.
E voglio aggiungere una cosa: i procuratori vengono dipinti come un male necessario, ma si dimentica che sono loro a proteggere gli atleti, a sollevarli da responsabilità legali, fiscali, contrattuali che un ragazzo di 17 o 18 anni non saprebbe affrontare.
Certo, esistono figure spregiudicate — come in ogni professione — ma la funzione del procuratore resta essenziale.
Chiunque ricordi com’era a 17 anni, sa benissimo quanto sarebbe impossibile gestire da soli una trattativa con un club professionistico.»

Quanto è difficile lanciare un giovane oggi in Serie A?

«Difficile oggi, e difficile ieri. In Italia la pressione sui risultati è enorme: molti allenatori preferiscono l’usato sicuro al talento emergente.
Il problema non è la qualità dei giovani — che c’è, ed è tanta — ma la mentalità del sistema.
Servono pazienza, continuità, fiducia.
Le società che investono davvero sui giovani dimostrano che si può fare: Atalanta ed Empoli sono modelli virtuosi.
Formare un calciatore in casa è un investimento che ripaga sempre, economicamente e tecnicamente.
Il nostro Paese, purtroppo, ha un’idea distorta di “giovane”: altrove un diciottenne è già pronto per la Nazionale. Da noi, lo è a 24.
È una questione culturale, non tecnica.»

Cosa serve ai club italiani per tornare competitivi in Europa?

«Serve innanzitutto una rivoluzione culturale.
I grandi club europei hanno cambiato modello: oggi sono aziende globali, investono in infrastrutture, marketing, tecnologia e giovanili.
In Italia, invece, troppe società ragionano ancora in termini di plusvalenze, emergenze e risultati immediati.
Per colmare il divario servono stadi moderni, governance internazionale e una visione a lungo termine.
E gli esempi virtuosi non mancano: Atalanta e Napoli dimostrano che organizzazione, sostenibilità e scouting possono portare risultati straordinari.»

Che idea si è fatto del Monza di Paolo Bianco?

Zaccone:
«È una squadra ordinata, solida, con una identità precisa.
Bianco ha portato entusiasmo, disciplina e una chiarezza di idee che il gruppo ha assimilato rapidamente.
La Serie B è un campionato durissimo, ma questo Monza ha personalità e credibilità per rimanere in alto fino alla fine.»

È una candidata seria per la promozione?

«Sì, senza dubbio.
La difesa è tra le migliori della categoria — appena 7 gol subiti in 12 partite — e questo è un segnale importante.
Davanti c’è ancora margine di crescita, ma identità e continuità ci sono.
Le rivali sono molte e di livello, ma la Serie B si vince soprattutto non sprecando punti contro le squadre alla portata.
Se il Monza manterrà questa costanza, potrà lottare concretamente per tornare subito in Serie A.»

Il Monza è passato dalla gestione Berlusconi-Galliani a un fondo americano. Cosa può cambiare?

«Può cambiare molto, e in meglio.
La gestione Berlusconi-Galliani è stata straordinaria e irripetibile: ha riportato il Monza ai vertici con un’impronta profondamente umana e identitaria.
Ma era un modello legato alla storia di due persone.
I fondi americani hanno una visione manageriale, industriale, globale. Guardano ai numeri, allo sviluppo del brand, alla sostenibilità.
La provincia italiana esercita ormai un fascino enorme sugli investitori stranieri.
Se sapranno mantenere un forte legame con il territorio, questo nuovo corso potrà davvero dare futuro, stabilità e nuova ambizione al club.»

Il cuore del mercato

Parlare con Fabrizio Zaccone significa capire il calcio da dentro, senza filtri e senza retorica.
In un’epoca dominata da algoritmi e proprietà straniere, le sue parole ricordano che al centro resta sempre l’uomo — con la sua storia, le sue fragilità, le sue scelte.
È questo, in fondo, il cuore del mercato: non i numeri, ma le persone che danno un senso ai numeri.

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