DAZN e quella scelta che fa discutere

Da qualche tempo, su DAZN, in diversi campi di Serie B, sta accadendo qualcosa che merita attenzione.
Le interviste di metà partita non vengono più affidate ai giornalisti, ma agli addetti stampa delle società.

Una scelta che può sembrare marginale, quasi innocua. Ma che in realtà apre una riflessione più ampia sul ruolo dell’informazione sportiva, soprattutto quando passa da una piattaforma a pagamento.


Addetto stampa e giornalista: ruoli diversi, responsabilità diverse

Sia chiaro: per chiedere “come rientrerete in campo dopo i primi 45 minuti” o “come ripartire dopo un buon primo tempo” non serve essere Indro Montanelli.

Il problema, però, non è la semplicità della domanda. Il problema è chi la pone.

L’addetto stampa ha un compito preciso: curare i rapporti tra club e media, tutelare l’immagine della società, filtrare la comunicazione.

Il giornalista, invece, ha un’altra funzione: fare domande, anche scomode. Punto.

Confondere questi due ruoli significa indebolire il principio stesso dell’informazione.


DAZN e il tema deontologico dell’informazione a pagamento

C’è poi un aspetto ancora più delicato, che riguarda la deontologia professionale. È corretto che, su una piattaforma dove l’utente paga un abbonamento, le domande vengano poste da un rappresentante diretto del club coinvolto?

Chi guarda DAZN non sta consumando contenuti promozionali. Sta pagando per informazione, racconto, mediazione giornalistica.

Ed è proprio qui che nasce il cortocircuito: quando chi comunica non è più terzo, ma parte in causa.


Una normalizzazione silenziosa che dovrebbe far riflettere

Il rischio più grande non è l’episodio in sé. È l’abitudine.

Ci stiamo lentamente adattando a un modello in cui:

  • la comunicazione sostituisce il giornalismo
  • il controllo prende il posto della domanda
  • la forma prevale sulla sostanza

Forse è il caso di fermarsi un attimo e pensarci.
Prima che questa scelta diventi la normalità.

Stefano Peduzzi

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