Archiviata la parentesi Baroni, il Torino cambia spartito e prova a riscrivere il finale di stagione con Roberto D’Aversa. Dopo mesi di oscillazioni tattiche tra 4-2-3-1, difesa a tre e 3-5-2 stabile, ora la domanda è semplice ma decisiva: da dove si riparte?
D’Aversa arriva con l’urgenza di fare punti e dare identità. Non tempo per esperimenti romantici, ma scelte nette. La salvezza non aspetta.
Il 4-3-3 come marchio di fabbrica
Se si guarda alla carriera del tecnico, il modulo di riferimento è chiaro: 4-3-3. Non una moda, ma una convinzione. A Parma ha costruito le sue stagioni migliori proprio con questo sistema, centrando due promozioni consecutive dalla Serie C fino alla Serie A.
Anche a Lecce e Sampdoria ha insistito su quella struttura: tre centrocampisti dinamici, ali larghe e un centravanti capace di lavorare per la squadra. Un calcio diretto, verticale, senza troppi fronzoli.
La rosa granata è adatta?
Qui arriva il nodo vero. Il Torino attuale sembra più costruito per la difesa a tre che per un 4-3-3 puro. La vera lacuna riguarda gli esterni offensivi, fondamentali per aprire il campo e garantire profondità.
Senza ali naturali, il rischio è forzare giocatori fuori ruolo o snaturare le caratteristiche dell’organico. E in una corsa salvezza ogni dettaglio pesa come un macigno.
Continuità o rivoluzione?
D’Aversa ha chiuso la sua ultima esperienza con il 3-5-2, modulo con cui è retrocesso a Empoli. Potrebbe quindi decidere di partire da una base già consolidata dal Torino per poi inserire gradualmente le sue idee.
La sfida è trovare equilibrio tra identità personale e materiale a disposizione. Il tempo è poco, i margini sottili. Ma quando una squadra cambia guida, cambia anche l’aria nello spogliatoio. E a volte basta quello per riaccendere il motore.
