Ascoli–Sambenedettese, il derby del Piceno, è tornato dopo 39 anni. Ma lo Stato ha deciso che fosse una festa a metà.
Hanno introdotto tessere del tifoso, telecamere, osservatori, tornelli, piani sicurezza e protocolli sempre più rigidi. Eppure, dopo decenni di esperimenti e di regole, lo Stato non riesce ancora a garantire l’ordine pubblico in una semplice partita di Serie C.
Il ritorno del derby tra Ascoli e Sambenedettese, uno dei più sentiti del Centro Italia, avrebbe dovuto essere una festa popolare. Invece, è diventato il simbolo di una sconfitta istituzionale: quella di uno Stato che, per paura di incidenti, preferisce vietare piuttosto che gestire.
Un piano sicurezza che divide
La Prefettura e la Questura, sulla base del parere del Cams, hanno classificato l’incontro come “ad alto rischio di turbolenze”. Da qui, un piano di sicurezza estremamente restrittivo: divieto di trasferta per i tifosi ospiti, limitazioni anche per chi proveniva da alcuni paesi limitrofi, controlli serrati dentro e fuori lo stadio.
Misure che, secondo le autorità, servivano a evitare scontri tra due tifoserie storicamente rivali. Ma il risultato è stato un derby monco, svuotato della sua essenza, vissuto solo a metà.
Il paradosso della paura
È giusto chiedersi: ha ancora senso vietare una partita di calcio per motivi di sicurezza nel 2025? Dopo anni di tecnologia, prevenzione e investimenti, davvero lo Stato non è in grado di gestire poche migliaia di tifosi?
Il messaggio che arriva da Ascoli è chiaro e sconfortante: quando si vieta una partita, a vincere non è la sicurezza, ma la paura. E la paura, nel calcio come nella vita, è sempre una sconfitta.
Per la cronaca, la partita è finita 1-0 per l’Ascoli. Pochi sussulti sul campo, tanta amarezza sugli spalti. Il derby del Piceno doveva essere una festa di sport. È diventato, invece, il simbolo della resa dello Stato. Stefano Peduzzi
